GIOVANNI GASTEL, FOTOGRAFO

di CHRISTIAN DE PALMA
Settembre 2019
FOTO DI CRISTIANO MIRETTI

Il giorno che misi piede nella sede della Tod’s, nella bellissima regione italiana delle Marche, mi accomodai su una delle poltrone presenti di fronte alla grande reception.
Fu in quel momento, mentre ripassavo a mente i concetti da esporre alla persona che avrei dovuto incontrare, che il mio sguardo incrociò per la prima volta dal vivo un’opera di Giovanni Gastel.
Si trattava di una gigantografia che raffigurava una scarpa, del modello forse più iconico della casa di moda marchigiana (il “Gommino”, ndr), e lo faceva con una prospettiva a me del tutto nuova e inesplorata: in realtà non era la scarpa a essere l’oggetto dell’opera, ma la sua impronta sul terreno. Quell’impronta su fondo blu mi colpì, oltre che per quello che almeno ai miei occhi appariva come un chiaro e immediato riferimento allo sbarco dell’uomo sulla luna, per la capacità di esaltare il protagonista descrivendolo non esattamente in prima persona, ma da un suo riflesso, da una sua declinazione.
Giovanni Gastel era riuscito a esaltare il convesso dei gommini raffigurando il concavo delle impronte e io quel giorno capii che la fotografia era la forma d’arte che più di tutte le altre poteva valorizzare e sublimare una creazione di moda.

Giovanni, per quale motivo la storia d’amore tra fotografia e moda è così durevole?

Per risponderti dobbiamo tornare indietro ai primi anni Ottanta. Le agenzie pubblicitarie a quel tempo cominciarono a porsi la domanda su quale fosse il canale più giusto e idoneo per reclamizzare la moda. Avevano capito che la moda, a differenza dei beni durevoli e a causa della sua estrema propensione al cambiamento, non forniva loro dei parametri stabili sui quali fondare una strategia promozionale. Fu per questo motivo che intorno alla figura di Flavio Lucchini, il grande fondatore di Condé Nast Italia prima e di Donna poi, sorsero dei tavoli di discussione ai quali presero parte stilisti, aziende del settore e pubblicitari. Da queste riunioni fiume, alle quali carinamente Flavio mi fece assistere (“stai zitto e ascolta”, così mi disse), emerse forte un concetto basilare: la comunicazione della moda non deve mai parlare al cliente. Deve creare un mondo di sogno, di riferimento, di bellezza senza mai rivolgersi direttamente alle persone e, in ragione di questa esclusività, convincere i clienti del fatto che comprando quei determinati prodotti si possa, forse, avere accesso a questo mondo meraviglioso. Elaborato questo assunto, la direzione era definita. La non adeguatezza dei canali tradizionali apparve lampante. La televisione, il principale metodo di trasmissione pubblicitaria, affiancava e quindi in un certo senso accomunava prodotti tra loro profondamente differenti: dai pannolini, alle aspirapolvere alle radio nel giro di venti secondi. Non poteva in alcun modo essere il veicolo della moda e del sogno che ne è alla base. La moda aveva bisogno di un canale tutto suo e la fotografia era il percorso da seguire. La fotografia aveva e ha questo potere enorme, che il mezzo televisivo non avrà mai: rendere protagonista l’oggetto e accessorio l’essere umano.

Quando e come hai capito che la moda poteva essere la direzione giusta da percorrere?

È andata così. Intono alla metà degli anni Settanta, mi sono reso conto che ero stato preparato per un mondo che in realtà non esisteva più. Io, settimo figlio di genitori anziani, sono stato allevato secondo i principi della Patria, dell’onore, della bandiera. Appena misi piede fuori da quel mondo costellato da gentiluomini e gentildonne, mi trovai in un posto profondamente diverso e incredibilmente teso e duro: erano gli anni delle Brigate Rosse e il piombo e le bombe in strada erano all’ordine del giorno.
Rimasi spaesato. Mi rendevo conto della necessità di dover vivere nella realtà, ma allo stesso tempo non volevo rinunciare a quel mondo ricco di bellezza che avevo conosciuto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. E allora mi sono detto: “Mi chiuderò in una cantina buia e cercherò di ricreare il mondo che mi hanno insegnato e che conosco profondamente”.
Dopo sei o sette anni di gavetta durissima – mio papà mi aveva cacciato di casa, profondamente contrariato dalla mia decisione di rinunciare all’università per inseguire il sogno della fotografia – mi trovai incredibilmente nel posto giusto al momento giusto. Il momento è quello che ti ho descritto prima, e cioè durante l’ascesa del mezzo fotografico quale unico o principale veicolo comunicativo della moda. E così nel giro di una settimana, da lavori trascurabili per piccoli committenti, passai a essere reclutato dalle due riviste di moda più importanti, Vogue Italia e Donna. Sono e sarò sempre grato alla moda, alla quale devo molto se non tutto. La moda è stata per me ciò che i grandi Signori rinascimentali sono stati per i loro pittori. Grazie alla moda ho potuto costruire il mio mondo personale e materiale: per questo motivo non ho mai considerato la committenza un limite alla mia creatività.

Cosa è necessario perché tu ti ritenga soddisfatto di un lavoro che proponi al pubblico?

Ti do due risposte a questa domanda.
La prima può sembrare poco poetica, ma è la cruda verità: le campagne pubblicitarie si giudicano alla      fine, dai risultati di vendita ottenuti e non dalla bellezza dell’immagine, o per lo meno non esclusivamente. A volte i clienti mi dicono: “che bella questa foto, sono entusiasta”, e io lì a gettare acqua sul fuoco predicando l’attesa dei risultati di vendita. Il mio lavoro è quello di far vendere più copie a una rivista, e dunque il giudizio non può in alcun modo svincolarsi dal risultato commerciale ottenuto. Questo insegnamento, anche piuttosto crudo se vuoi, me l’ha dato – come tanti altri – Flavio Lucchini: un bravo fotografo fa vendere di più il suo datore di lavoro, se poi fa anche una bella foto allora può diventare un grande fotografo. Dal punto di vista più prettamente artistico, sono soddisfatto quando riesco a produrre una foto che sia in linea con la storia, il carattere e il modo di essere della casa di moda per la quale sto lavorando.
Ogni cliente ha diritto a essere capito e rappresentato nel linguaggio giusto.
Bisogna entrare in profondità nella filosofia del committente ed esaltare la potenzialità espressiva dei prodotti che offre al pubblico. È impossibile riproporre la medesima chiave di rappresentazione per tutti, non esiste un passepartout in grado di aprire la serratura di Dior, di Krizia e di Versace allo stesso tempo.
Questa è la difficoltà maggiore di fotografare la moda.

Sai Giovanni, questo è un aspetto che accomuna il tuo e il mio lavoro. Anche per me è fondamentale capire il contesto del mio cliente, comprenderne l’organizzazione, i valori, il sistema di funzionamento ufficiale e anche quello sotteso.
Non è detto che una persona giusta per Versace, per fare un esempio, sia adatta per Armani, e questo a prescindere dalle competenze strettamente tecniche e professionali.

Bravo, è esattamente la stessa cosa! Dubito fortemente (ridendo, ndr) che Giorgio possa assumere uno che ha lavorato da Gianni!
Scherzi a parte, ho notato che a volte i giovani non riescono a capire questa esigenza di diversità: ripropongono la stessa foto – magari la più bella del mondo, eseguita alla perfezione – a clienti diversi e inevitabilmente non ottengono i risultati sperati. Perché non hanno dedicato tempo, attenzione e riflessione all’identità del cliente.

FOTO DI GIOVANNI GASTEL (4 COLORI ALMENO – “DONNA”, MARZO 1982)

Molti fotografi, così come molti stilisti, hanno sentito la necessità di identificare una musa, una figura femminile ricorrente che ispirasse e accompagnasse il loro lavoro.
C’è qualcuno o qualcosa che ha assolto o assolve per te a questa funzione?
Certamente. Io ho avuto nell’arco di questi quarant’anni di attività alcune modelle che sono state centrali nella mia estetica. La prima è stata Linda (Evangelista, ndr) con cui ho cominciato a lavorare nei primi anni Ottanta e con la quale ho avuto un’intesa straordinaria. Insieme abbiamo fatto la sua prima copertina al mondo. Poi negli anni Novanta c’è stata Shalom (Harlow, ndr) e poi ancora altre che hanno contribuito alla costruzione del mio concetto artistico.
Ma al di là dei nomi, voglio sottolineare l’importanza e la difficoltà del lavoro della modella e ciò che distingue una modella da una modella straordinaria, al di là del fattore estetico. Per essere una modella straordinaria bisogna comprendere tre cose fondamentali:  la prima è capire e accettare di non essere la protagonista della foto, ma un accessorio che esalta il vero protagonista, il prodotto. La seconda è capire l’estetica di chi la sta fotografando e infine capire l’estetica del cliente per il quale sta lavorando insieme al fotografo. Capisci bene quanto sia difficile questo lavoro!
Non usa la parola, ma tutto il resto equipara la grande modella a una grande attrice. Mi piace dirlo, perché spesso il lavoro della modella viene sottovalutato.

Il mondo della moda negli ultimi anni ha subito trasformazioni epocali: esposizione social, velocità di proposta e di consumo, polarizzazione di molti brands all’interno di pochi grandi gruppi.
Cosa pensi dell’egemonia dei gruppi stranieri in riferimento alle aziende italiane?

Penso che sia uno sviluppo che tutto sommato si poteva intuire in anticipo. La frammentazione dei marchi in un momento economicamente difficile, in un contesto di internazionalizzazione della produzione, non aveva più molto senso. La cosa che mi dispiace è che non si sia formato un vero grande gruppo del lusso italiano, però devo riconoscere che i francesi prima, e anche gli americani più di recente, hanno comprato le aziende italiane lasciando intatte e anzi rafforzando le realtà produttive presenti nel nostro Paese, sono stati molto rispettosi nei nostri confronti. Bernard Arnault (patron di LVMH, ndr) – e parlo di lui perché lo conosco meglio degli altri avendo lavorato a lungo per Dior – adora davvero il Made in Italy e la fattura italiana, ha investito miliardi nel nostro Paese: quello che voglio dire è che ha avuto tanto dall’Italia, ma anche dato molto indietro e in modo molto concreto, ristrutturando e potenziando fabbriche manifatturiere che erano in difficoltà. Ma potrei dire lo stesso della famiglia Pinault.
Ecco, finché i grandi gruppi fanno questo, credo che non possiamo lamentarci.

Hai a che fare con molti giovani fotografi, come riconosci i più bravi? Esiste una formula per decifrare il talento?

Assolutamente sì, ho a che fare con tantissimi giovani fotografi e credo di sapere riconoscere quelli sui quali valga la pena di lavorare. E ti dirò, negli ultimi anni è diventato molto più facile individuare chi ha davvero qualcosa da dire.
L’avvento dell’elettronica ha fatto decadere quelle che io chiamo “le difese tecniche”: un fotografo prima poteva difendersi dietro la conoscenza tecnica, dietro al “io lo so fare e tu no”, adesso non più, e aggiungo finalmente.
Adesso devi giocarti il cuore, ma se ti giochi il cuore devi prima andare a cercare qual è il tuo cuore. Qual è la tua differenza, il tuo stile, il carattere che ti rende unico e irripetibile. È un percorso interiore prima che professionale, ed è un percorso molto faticoso. Solo dopo questa ricerca introspettiva il tuo cammino sarà ben delineato e artisticamente coerente.
Io, ad esempio, alla fine della mia ricerca io ho individuato una parola che sarebbe stata la stella polare del mio lavoro, e questa parola è “Eleganza”. Per me l’eleganza è una categoria morale, oltre che una manifestazione empirica.
Quindi, quando conosco giovani fotografi cerco di capire a che punto sono del loro percorso: all’inizio, a metà, oppure se non hanno nemmeno avvertito l’esigenza di capire dove vogliono andare. Ecco, quando vedo un giovane fotografo che, anche se in fieri, è alle prese con la ricerca della propria unicità, allora mi dico che vale la pena lavorarci su.
Però non stronco mai nessuno, dico con estrema chiarezza che adesso le tue foto non vanno bene ma non sono nessuno per dirti di cambiare lavoro. Magari tra cinque anni sarai il fotografo più bravo del mondo. Ognuno ha i suoi tempi e ognuno ha il diritto di coltivare la propria passione e i propri sogni: io da ragazzo facevo delle foto bruttissime!

È importante sapersi prendere dei rischi nel tuo mestiere? Che rapporto hai col rischio?

Moltissimo, ho un rapporto assoluto col rischio.
I clienti spesso hanno dei parametri che dipendono quasi sempre dal “già visto” e ciò fa sì che ti chiedano cose magari un po’ diverse, ma fondamentalmente già viste anche loro. Perché sono rassicuranti e omologate con quello che loro conoscono. Quando tu gli proponi foto diverse, pochissimi sono quelli che hanno il coraggio di rischiare.
Io ho sempre seguito la via della sperimentazione che per definizione è rischiosa, ma se non lo avessi fatto oggi non sarei io. Anche in questo io devo moltissimo a Flavio Lucchini: quando nessuno voleva le mie foto perché definite “strane”, quel signore lì – che è stato il più grande Art Director di tutti i tempi – ha avuto il coraggio di capirle, coglierne l’anima e di letteralmente imporle al mercato.
Mi disse: “Giovanni, io imporrò le tue foto al mondo. E sai come? Pubblicandone quaranta per ogni numero”.
Tre mesi dopo ero diventato un grande fotografo.

Ci racconti l’errore che professionalmente ti ha più di tutti insegnato qualcosa?

Io credo che lo stile sia l’errore. Se tu analizzi le mie fotografie con un manuale sottomano, sono tutte sbagliate, dalla prima all’ultima. La codificazione, la ripetizione consapevole dell’errore è lo stile. Le mie foto sono quasi sempre sfocate, mosse, sovraesposte, sottoesposte e chi più ne ha più ne metta. A un esame di tecnica fotografica verrei bocciato sicuramente.
Per cui io ho un grande rispetto per l’errore, purché sia funzionale all’obiettivo che vuoi perseguire.
Ma la cosa più importante di tutte è non avere paura dell’errore o di una scelta che potrebbe rivelarsi sbagliata. Quello è il pericolo più grande: non prendersi dei rischi per paura delle conseguenze. Quando ho scelto di andare via da Vogue nonostante mi avessero offerto cinque volte più del mio compenso di allora, tutti mi diedero del pazzo: ma io volevo lavorare ancora con Flavio (Lucchini, ndr), ero convinto che quella fosse la mia strada. Presi il mio rischio e andai.
Ricordo ancora le urla di Franca (Sozzani, ndr) quando all’offerta economica faraonica di Attilio Fontanesi risposi: “Senta dottore, io però non sono una donna di strada” (ride).

FOTO DI ANDREA COLZANI – andreacolzani.photographer

Qual è il traguardo professionale più bello che hai raggiunto e quale invece il sogno che ti riprometti di realizzare?

Semplicemente, il traguardo più bello che ho raggiunto è stato aver vissuto la vita che sognavo. Vivere nell’arte, della mia arte, aver contribuito a formare tantissimi giovani di talento. Non posso chiedere di più.
Per quanto riguarda il sogno che ancora ho, e sono contento che tu me l’abbia chiesto, è quello di riuscire un giorno a fotografare il nulla. Nel mio percorso artistico ho gradualmente e volutamente tolto piuttosto che aggiunto. La mia ossessione è stata ed è quella di togliere, togliere e ancora togliere. Ecco, mi piacerebbe concludere quest’avventura riuscendo a scattare una foto del nulla. Però che si capisse immediatamente che l’ho fatta io! (ride).

So che ami scrivere poesie. Quali analogie e quali diversità ci sono tra fotografia e poesia?

Io le uso in maniera diametralmente opposta.
Ho deciso di utilizzare la fotografia per parlare del mondo come vorrei che fosse, di alludere al reale per creare un giardino incantato fatto di eleganza, di bellezza e rispetto.
Con la poesia invece parlo del mondo reale, dei miei sentimenti, della mia solitudine. Vado in profondità, in introspezione. La poesia è per me molto più sofferta e drammatica rispetto alla fotografia.

Una citazione, una frase che ami che rappresenta la tua visione della vita.

Ne ho due.
La prima è un insegnamento che mi diede mia madre (Ida Visconti di Modrone, sorella di Luchino Visconti, ndr) quando avevo tredici anni:

“Giovanni, è arrivato il momento che tu scelga un tono. Il tono che userai nella vita. Ma fai attenzione, sceglilo molto bene perché poi dovrai usarlo col Re di Spagna e anche col benzinaio. Perché se cambi tono, sei una merda”

La seconda è una poesia:

 “Approdato in quest’epoca
come un naufrago su una terra sconosciuta
ho misurato il territorio e appreso la lingua dei nativi.
Sono invecchiato raccontando del mio mondo lontano,
ma ancora la notte nel buio
sogno navi amiche che mi riportino a casa”

L’ho scritta io.

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Per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Giovanni Gastel, la redazione consiglia la lettura del libro autobiografico: UN ETERNO ISTANTE. LA MIA VITA.” edito da Mondadori.

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