20/03/2018 – MASSIMO FERRARI, Fashion & Luxury Photographer

Buongiorno Massimo e benvenuto da noi di DE PALMA Executive Search.
Abbiamo voluto fortemente averti qui per offrire ai nostri lettori una testimonianza “diversa”, da parte di chi vede e vive il mondo della Moda non dall’interno di un ufficio ma attraverso una lente – è proprio il caso di dire – particolare.
Ci racconti la tua storia e come ti sei avvicinato a questo lavoro?

Ho sempre avuto una grande passione per la fotografia ma è diventata una vera e propria professione solo più tardi.
Da giovane mi sono occupato di sport come allenatore al seguito della FISI (Federazione Italiana Sport Invernali, ndr). È stata una fantastica esperienza ma avevo la percezione che mi mancasse qualcosa.

Tornato in città ho iniziato come assistente negli gli studi della Condè Nast  con alcuni fotografi di moda, spostandomi tra Milano e Londra.
Perché la moda?  Perché è un vero e proprio specchio di quanto accade nel mondo, perché mi affascina osservare come l’abbigliamento, lo stile e i modelli estetici siano in costante relazione con i modelli comportamentali delle persone. Come la moda interagisca in ambiti intellettuali e artistici con continui richiami al cinema, all’arte, alla letteratura e alla cultura in genere. Ci sono mille modi di essere un fotografo e ognuno deve trovare la propria dimensione.
A me piace l’energia che si crea durante uno shooting, la sinergia e il confronto con il team sul set, l’interazione con le persone che fotografi. E poi ci sono gli abiti, con il continuo variare delle forme, il piacere estetico e tattile dei vari materiali, la ricerca del colore.

Negli anni ho inoltre esplorato ambiti apparentemente distanti dalla moda come il design o la nautica, dove ho prodotto parecchio materiale. Il life style e in genere le interazioni fra moda e design le ho sempre trovate una naturale conseguenza del mio approccio e della mia curiosità.

Chi sono stati e chi sono i tuoi riferimenti professionali? E perché?

Non ho un riferimento preciso o un personaggio principale.
Tra i fotografi di moda ci sono icone che hanno inventato linguaggi che rimangono validi tutt’oggi. Da Guy Bourdin ad Avedon, da Penn alla Leibovitz. O contemporanei dei quali mi piace l’approccio stilistico come Miles Aldrige, Greg Lotus, Craig Mc Dean o Mert and Marcus.
Tra i fotografi che vengono da generi diversi mi piace ricordare personaggi famosi come Ansel Adams (il grande maestro) e Sebastião Salgado, o meno conosciuti come Gregory Crewdson e Alex Mojoli. Ma la lista è lunga e si rischia di dimenticarne molti.

Gli stimoli arrivano dall’arte, dalla letteratura e soprattutto dal cinema: da “Blow Up” di Antonioni al “Marito della Parrucchiera” di Leconte, da “Diva” di Jean Jaques Beinex a “Subway” o “Nikita” di Luc Besson, passando per “Paris Texas” di Wim Wenders.
Un’immagine, un insieme di note, una storia, possono toccare e far vibrare le corde che compongono la tua geografia emozionale, lasciando un segno profondo.

Ho avuto il piacere di lavorare e incontrare diversi fotografi e quelli che mettono tutto se stessi evitando di essere troppo protagonisti hanno sempre avuto la mia stima e la mia ammirazione.
I più grandi spesso sono così e da alcuni di loro ho imparato molto.

Henri Cartier Bresson diceva che “Fare una fotografia vuol dire allineare la testa, l’occhio e il cuore. E’ un modo di vivere.” Cosa significa per te fare una fotografia?

Assolutamente d’accordo.
L’occhio va messo in sinergia con tutto il resto altrimenti si rischia di documentare ma non di emozionare. Un po’ come la differenza tra guardare e riuscire a vedere.
In questo ambiente ho imparato molto, moltissimo. Ho incontrato persone affascinanti, visitato luoghi bellissimi e vissuto esperienze stimolanti. E più passa il tempo e più mi rendo conto di come la fotografia sia veramente l’atto finale del continuo conoscere, fare esperienza. Fotografare non è solo fare clic ma è metterci la testa, il cuore: è vivere.

Non so cosa significhi esattamente fare una fotografia.
So quali sono le emozioni che provo e che percorrono la mia mente nell’atto fotografico, cosa mi fa sentire soddisfatto alla fine di una giornata di shooting: il piacere di vedere che gli scatti di un servizio possano raccontare una piccola storia.
Ecco forse è questo per me, riuscire a raccontare una piccola storia, far vivere l’emozione che si prova costruendo delle immagini.
Se parliamo di moda è raccontare la bellezza di una collezione, esaltarne le forme, i colori, i materiali, riuscendo a far percepire la morbidezza di un tessuto, la ricchezza di una trama o l’accostamento sapiente dei colori. Cogliere il sottile piacere di una donna nell’indossare un capo prezioso o un bellissimo paio di scarpe.

Sono gesti, attimi, momenti quasi sospesi nel tempo e nello spazio che da finzione diventano realtà. Esistono meccanismi istintivi e inconsci nell’atto del vestirsi che mi affascinano.
E sul set le persone, con un capo di moda piuttosto che un altro, si trasformano, cambiano postura ed espressione. Non è necessariamente qualcosa di banale, materiale e nemmeno di esageratamente intellettuale. È un fatto fisico, istintivo, quasi animalesco.

Qual è la peculiarità di fotografare per la Moda? Quali sono gli obiettivi che ti poni quando fai un servizio per una Maison? E cosa ti affascina di questo mondo?

Si parte da un’idea e da un lavoro d’insieme. Dall’essenza della collezione, dal modo di proporla, dal messaggio che vuoi far arrivare al pubblico, dalla storia e dal background della maison o dall’idea di un redazionale. Si progetta poi in continua sinergia con cliente, stylist, truccatore, parrucchiere e chiunque partecipi al processo creativo.
Non sei da solo di fronte a un paesaggio ma diventi il regista di tante energie, pensieri e obiettivi. La scelta del team diventa quindi molto importante.
Una modella, per esempio, al di la della sua bellezza, deve essere in sintonia con il fotografo e lui con lei: se riesce a darti quei gesti e quelle sensazioni che fotograficamente possono fare la differenza, hai fatto un buon lavoro sia durante il casting sia sul set.

Ognuno ha poi il proprio modo di interagire con le persone che ha davanti o con la situazione in cui si trova.
Dipende dalla tua personalità e anche dal saperla adeguare al contesto e alle persone che stai fotografando: tu stai nel mezzo e diventi una sorta di mediatore, di regista.

Lo scopo finale è che le foto e le scene che proponi portino a desiderare ardentemente quel modo di vivere, quel modo di essere e di conseguenza, di indossare quel capo o acquistare quel prodotto.

Come funziona il tuo processo creativo? Da cosa trai ispirazione e, soprattutto, da cosa non sei stimolato?

Molto spesso quando arrivi sul set sei già a buon punto del tuo processo creativo perché hai già ben in mente cosa dovrai fotografare e ti sei già confrontato con il committente e con il team sull’obiettivo da raggiungere. Ma le variabili sono talmente tante che può capitare di ribaltare totalmente quello che avevi immaginato. Partendo dalla luce che avevi pensato di usare a quello che volevi far fare alla modella fino al trucco e alle acconciature che avevi in mente.
Nel processo creativo cerchi di programmare tutto fino al minimo dettaglio perché non puoi sbagliare ma bisogna lasciare anche spazio all’imprevisto e al caso. E’ il bello di questo lavoro.

Si trae ispirazione un po’ da tutto. Da un film, da un libro, da immagini e scene colte per strada. È un processo culturale nel quale non c’è una regola precisa.
L’unica vera regola è quella di cercare di riconoscere banalità e volgarità e di combatterle con tutte le proprie forze…creative, s’intende.

Come si coniuga la libertà creativa di un fotografo di moda con le specifiche richieste del proprio committente? Ti è mai capitato di sentirti – per così dire – ingabbiato in schemi precostituiti?

Capita, certo.
Da una parte sarebbe fantastico poter mantenere sempre uno spazio creativo “vergine”, dove essere libero di ribaltare le idee iniziali, senza un limite imposto dall’esterno. Ma dall’altra la creatività sta anche nella capacità di mettere insieme le esigenze del committente e di mediarle attraverso la tua sensibilità.
È lì che si creano le cose migliori. Avere un problema creativo da risolvere mi fa diventare più produttivo di quando sono totalmente libero: è una sorta di sfida e mi piace essere un problem solver.

Qualche anno fa, nonostante non avessi mai fatto foto di yacht, ho convinto un brand di lusso della nautica a lavorare insieme: è andato tutto bene e ancora collaboriamo.
Ma non è stato facile far accettare un approccio diverso da quello al quale erano abituati.

Impuntarsi e andare contro il committente non ha molto senso per me e non lo ritengo professionale. Meglio non accettare il lavoro se si pensa non sia adatto o adeguato al proprio stile.

Cos’è per te l’eleganza? Quali canoni deve avere?

Senza scomodare definizioni o citazioni colte, l’eleganza è fatta di piccoli gesti, è come reagisci a un complimento, come sorridi, come scendi da un’auto, come cammini, come ti muovi.
È avere lo stesso incedere sia quando indossi un jeans o un capo d’alta moda. È semplicità e leggerezza, non farsi notare ma rimanere ben impressi nella mente di chi ti ha incontrato. È un istinto interiore che affiora lentamente, con discrezione; fa riferimento alla geografia emozionale e alla capacità di saperla cogliere.

Non so se esistono canoni oggettivi e universali ma l’eleganza è sicuramente la capacità di mantenersi alla giusta distanza da eccessi, banalità e soprattutto volgarità. Forse non è facilmente definibile ma sicuramente riconoscibile quando la incontri.

Hai firmato molti lavori importanti, ce n’è uno in particolare al quale tieni maggiormente?

Mi piace molto lavorare con le redazioni.
Forse sei più libero di interagire, di creare quelle piccole storie di cui parlavamo. Anche se devo ammettere che siamo in una fase di cambiamenti epocali che toccano tutti ma in particolar modo l’editoria e la comunicazione in generale.
I lavori a cui tengo maggiormente sono quelli che non avevo mai fatto prima, con elementi mai usati, argomenti mai trattati, nei quali vincere la sfida non era scontato. Da un redazionale in studio usando l’acqua, come fatto per Glamour, al riuscire a convincere un brand di lusso come Monte Carlo Yachts a usare un fotografo di moda per il loro catalogo senza avere in portfolio nemmeno una foto di barche.

Lavorare con la moda mi ha fornito strumenti e sensibilità di altissimo livello: me ne accorgo ogni volta che mi occupo di design, arredamento, nautica.
E tutte le volte che affronto una nuova sfida in un nuovo ambito.

Che consigli daresti a chi volesse intraprendere questa carriera?

Se davvero uno vuole intraprendere questa carriera deve avere la forza di rinunciare a molto per raggiungere i propri obiettivi.

Un consiglio pratico è di andare a “bottega” da un fotografo importante, dove imparare tutto quello che serve tecnicamente, senza dimenticare di fare proprie le dinamiche di relazione e attrezzarsi al meglio per sopravvivere in questo mondo affascinante ma particolarmente difficile.
L’avvento del digitale ha dato accesso un po’ a chiunque al mondo della fotografia. Ma ha dato e dà infinite possibilità di espressione a chi ha voglia di imparare e di puntare in alto.
Non accontentarsi mai e soprattutto continuare la propria ricerca e studiare, studiare, studiare.

Se mi permetti vorrei azzardare questo parallelismo: qualcuno tempo fa ha detto, parlando di fotografia, che al tempo dell’analogico era come se solo i professionisti fossero veramente in grado di saper leggere e scrivere.
Quindi, se avevi bisogno di fare un catalogo o un servizio fotografico, dovevi rivolgerti a un fotografo professionista. Ora tutti, con l’avvento del digitale, bene o male, sono in grado di saper leggere e scrivere, cioè di produrre una foto utilizzabile, aiutati da fotocamere digitali e da software dedicati.

Ma saper fare letteratura e raccontare una storia è tutta un’altra cosa.

Su quali progetti stai lavorando in questo momento e – soprattutto – quale vorresti che fosse il prossimo?

Ho in programma un redazionale, sto seguendo il lancio di un nuovo brand di gioielli e facendo da art director per un brand di moda italiano che ha una grossa tradizione aziendale ma che ha bisogno di trovare una nuova immagine e un diverso linguaggio di comunicazione, social compresi.

Mi piace poter interagire insieme all’azienda e ai reparti creativi e non essere solo l’esecutore di un progetto. È un modo per crescere e imparare.

Una volta era più semplice: una foto veniva stampata su carta mentre ora i canali di comunicazione si sono moltiplicati e un’immagine deve tener ben presente questa continua evoluzione. Cambiano le dinamiche sul set e il modo di produrre una fotografia e bisogna avere una visione sempre più coerente che si integri con la continua evoluzione tecnologica senza diventarne ostaggio. Il rischio più grande è l’approssimazione, la superficialità che conduce a massificare e volgarizzare: adoro la tecnologia e le possibilità infinite che offre ma desidero ribadire che deve continuare a rimanere un mezzo.

Quello che ho sempre voluto ma ancora di più quello che vorrei, considerando il contesto attuale, è poter mantenere vivo uno spazio dove poter raccontare.

Grazie mille Massimo per la tua testimonianza, sei stato un prezioso ospite.

Di nulla, Christian, grazie a voi e ai vostri lettori!

 

IL SITO UFFICIALE DI MASSIMO FERRARI E’ WWW.MASSIMOFERRARI.COM

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